Fai quello che puoi
con quello che hai,
nel posto in cui sei.


Theodore Roosevelt

Dr.ssa Marta Barbieri

Dr.ssa Marta Barbieri

PSICOLOGA PSICOTERAPEUTA

La curiosità per le storie uniche e irripetibili che ciascuna persona porta con sé e la mia naturale disposizione all’ascolto, mi hanno spinta ad intraprendere questa professione con l’intento di aiutare chi si trova in un momento di vita difficile.

Gli anni di formazione e di pratica mi hanno preparata ad accogliere le persone con l’umiltà di chi sa di non avere una soluzione a portata di mano e, allo stesso tempo, con la profonda fiducia verso le risorse che ogni persona ha dentro di sé.

Il mio scopo è quello di offrire uno spazio in cui sia possibile interrogarsi, raccontarsi, pensare e sentire vissuti anche intensi e dolorosi insieme a qualcuno. Guidare chi si affida a me, con un ascolto empatico e privo di giudizio, alla scoperta della versione migliore di sé stessi.

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Il coraggio di chiedere aiuto

Il coraggio di chiedere aiuto

Ai pazienti che per la prima volta si siedono di fronte a me e che condividono il timore che per loro non ci sia speranza di cambiamento, li rassicuro dicendo che decidere di chiedere aiuto vuol dire aver già fatto metà del lavoro.

Affidarsi a uno psicologo significa infatti aver preso consapevolezza della propria sofferenza e aver maturato dentro di sé il desiderio di stare bene.

È una decisione che denota anche una certa dose di coraggio se pensiamo che per cultura siamo portati a credere che cavarsela da soli e gestire un problema contando solo sulle proprie forze sia una nota di merito.

Ogni crisi ha in sé un potenziale di trasformazione, il dolore che viene accolto e compreso può portare a un nuovo sbocco evolutivo, in un processo di morte e di rinascita.

Quando rivolgersi a un professionista?

Quando rivolgersi a un professionista?

Non c’è una regola valida per tutti dal momento che i problemi non hanno a che fare con gli eventi in sé, ma con il vissuto soggettivo di ciascuno. Ciò che per una persona può essere causa di sofferenza, per un’altra può non rappresentare un ostacolo nel percorso di vita.

Quindi, per capire se è necessario rivolgersi a un professionista bisogna fermarsi e mettersi in ascolto. Sappiamo infatti che le emozioni negative sono un segnale prezioso in grado di orientarci nel mondo, ci indicano se stiamo percorrendo la strada giusta e quanto siamo distanti dalla realizzazione di noi stessi e della nostra originalità.

Le emozioni negative fanno quindi parte dell’esperienza di ogni persona ed è normale provarle.

Tuttavia, se diventano la tonalità dominante di una fase della vita, se perdono la loro funzione adattiva in grado di guidarci verso soluzioni più efficaci e se le difficoltà sono una costante della quotidianità, allora potrebbe essere utile prendere in considerazione la possibilità di chiedere aiuto a uno specialista.

Alcuni campanelli d’allarme

Alcuni campanelli d’allarme

Le manifestazioni di un disagio possono essere molteplici: ansia generalizzata oppure legata a delle situazioni specifiche, attacchi di panico, umore depresso, difficoltà a relazionarsi con gli altri e non sentirsi mai “capiti”, incapacità a superare una separazione o un lutto, difficoltà a controllare l’impulso di mangiare o di fare acquisti non necessari, difficoltà sul lavoro, preoccupazione eccessiva per la propria salute, momenti di blocco o di stallo che non permettono di avanzare nel proprio percorso di vita, comportamenti di dipendenza, sintomi fisici che non hanno una causa organica etc.

Sono tante le forme che può assumere la sofferenza. Al di là del modo in cui si svela, la persona può avvertire una perdita della qualità della vita e spesso sente di non riuscire più a svolgere le normali attività quotidiane. Inoltre, il disagio persiste nonostante tutte le strategie messe in atto per cercare di gestire autonomamente il problema.

Psicologo, psicoterapeuta o psichiatra?

C’è molta confusione rispetto alla differenza tra le competenze e i ruoli relativi agli esperti che si occupano di sofferenza psicologica, tanto che spesso i termini diventano interscambiabili. L’incremento degli ultimi anni di figure che ruotano attorno al benessere non aiuta a dipanare questi dubbi.

Soltanto lo psicologo, lo psicoterapeuta e lo psichiatra sono professionisti sanitari che per esercitare devono essere iscritti ai rispettivi albi.

Lo psicologo è laureato in psicologia, ha svolto un anno di tirocinio e ha superato l’esame di stato per l’abilitazione alla professione. Si occupa di diagnosi attraverso la somministrazione di test o tramite colloqui clinici, svolge interventi di prevenzione, riabilitazione, ad esempio in ambito neuropsicologico, oppure ricerca o formazione. Lo psicologo può inoltre proporre un percorso di sostegno psicologico per supportare chi si trova in un momento di crisi, favorendo il riconoscimento delle proprie risorse e aiutando la persona a identificare le strategie adatte per fronteggiare il problema in corso. Il sostegno psicologico non ha finalità di cura e cambiamento delle modalità cognitive, relazionali ed emotive che sono alla radice della sofferenza. Di questo si occupa invece lo psicoterapeuta che, dopo essere diventato psicologo oppure medico, ha frequentato quattro anni di specializzazione in psicoterapia. La formazione ottenuta durante gli anni di scuola e durante un percorso di psicoterapia personale, permettono allo psicoterapeuta di ottenere gli strumenti per curare i disturbi psicopatologici di entità diverse ed intervenire non solo sul qui ed ora, ma anche sulle origini del problema favorendo così un cambiamento profondo. Le tecniche utilizzate possono essere differenti a seconda del tipo di approccio teorico di riferimento.

Lo psicoterapeuta non può somministrare farmaci. Se durante un percorso terapeutico il paziente necessita di una terapia farmacologica di sostegno, il terapeuta si avvarrà della collaborazione di uno psichiatra, cioè di un medico che dopo la laurea in medicina ha conseguito la specializzazione in psichiatria e il cui compito è principalmente quello di risolvere gli scompensi chimici e fisiologici del cervello. Ci si rivolge allo psichiatra se si ritiene necessario avere un effetto diretto sul sintomo, per avere un sollievo in tempi brevi o per gestire dei comportamenti fortemente invalidanti.

Quanto dura un percorso psicologico?

È difficile rispondere a priori a questa domanda perché è necessario tener conto di diversi fattori:

  • la gravità del problema e da quanto tempo è presente,
  • il grado di sofferenza della persona,
  • il significato del disturbo,
  • le caratteristiche di personalità e
  • il contesto nel quale il paziente vive, che può rappresentare una risorsa o piuttosto un limite al cambiamento,
  • gli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere,
  • la frequenza degli incontri,
  • la motivazione al cambiamento.

Tutti questi aspetti contribuiscono a definire il caso e il tipo di lavoro più adatto per affrontarlo. Alcune volte possono essere sufficienti pochi mesi per sbloccare una situazione e ripristinare un equilibrio, altre è necessario intraprendere percorsi più lunghi.

In linea generale un cambiamento profondo è frutto di un processo più lento, in cui a momenti di miglioramento percepito si alternano fasi di stallo e anche di regressione. I tempi necessari per costruire una relazione di fiducia che faccia sentire liberi e sicuri di potersi raccontare, di narrare la propria storia, rivelare le proprie luci e anche le ombre hanno a che fare con l’unicità di ciascuno e non possono essere uniformati.


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